Aveva ragione

3 Luglio 2011 2 commenti

Apro gli occhi e sono le 7. Di alzarmi non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Nemmeno quello picccolo. Richiudo gli occhi e cerco ostinatamente di ragguantare le ultime propaggini del manto di Morfeo. Ci riesco, per la prima volta in mesi. Poi, suona il telefono.
Merda. Per la prima volta, da non mi ricordo più quando, riesco a dormire oltre le sei del mattino di domenica e suona il telefono.
Avete presente quanto è irritante essere svegliati dal telefono? Ecco.
Sono le nove (ossia l’alba) ed è mia sorella, serena e cinguettante, che mi informa di essere a casa di nostra madre e se salgo a portarle due cose.
Ora, io adoro mia sorella. Ma dato che ultimamente sto messa peggio di un guanto rovesciato, mi viene da smadonnare. E va bene, mi alzo e vado.
Stanno riordinando un po’, perchè li nel pomeriggio festeggeremo il primo compleanno di mio nipote.
Lascio perdere le considerazioni sul volare del tempo, non sono nelle condizioni di spirito adatte.
Loro sfaccendano. Io gattono a fianco del nipote, che si diverte come un pazzo a vedere un (cosidetto) adulto che si mette al suo livello.
Dopo tempo tot, torno alle mie lavatrici, alle verdurine da grigliare, all’insalata di farro eccetera eccetera.
Poi. riunione di parte della famiglia per festeggiare il cucciolo.
Ora. Ammetto di non essere del mio umore migliore negli ultimi giorni (ma è un’altra storia). Confesso di aver pensato, quando mia sorella mi diceva che sua suocera è insopportabile, che esagerasse. Si, è un po’ rompi. Ma insopportabile, almeno nelle occasioni in cui l’ho vista io, non mi pareva.
Oggi ho cambiato idea. Ha ragione lei. Pur non essendo medico, ho avuto la tentazione di usarla come cavia per ripassare l’anatomia.
Con la mannarina del secondo cassetto in cucina.
Ha ragione lei. Giuro.

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Bisogno di sole

29 Maggio 2011 2 commenti

Mi sveglio presto. Troppo presto, per essere domemica.
Devo andare a votare, mi dico, e intanto passo a lasciare alla sorella la posta della mamma.
Dato che ho bisogno di gratificazioni, preparo una cioccolata per me e la figlia piccola. il grande è uscito all’alba, è andato a filmare campane… giusto per cambiare.
Sono pronta per uscire, non sono nemmeno le nove, dico a mia figlia che non starò fuori molto.
Passo dalla sorella, le lascio quel che devo lasciarle, stanno uscendo anche loro: andiamo a bere un caffè e poi al seggio.
E poi decido di mandare tutto al diavolo, una volta tanto.
Ho bisogno di sole.
Accompagno sorella, cognato e nipote nella loro passeggiata lungo il naviglio che scorre non lontano da casa.
Camminiamo chiaccherando tranquilli, godendo del sole, dell’aria limpida e fresca. Alterniamo argomenti molto seri a cavolate incredibili. Insomma, cazzeggiamo.
Per un paio d’ore mi dimentico della lavatrice. Che devo preparare il pranzo per le mie belvette. Di amare scoperte. Della malinconia che mi accompagna da qualche giorno. Della solitudine del cuore.
Lungo le prode del naviglio, scopro gigli rossi selvatici. Non ne vedevo da 20 anni. Forse di più. Come sono belli.
Una colonia di germani reali. I maschi, con il capino verde, il piumaggio colorato. Le femmine, che raccolgono le infinite tonalità del marrone.
E poi … mamma anatra con dieci paperotti al seguito. Sono proprio piccoli, ancora lanuginosi, non si capisce ancora quali sono maschi e quali femmine.
Dalla mia infanzia sul lago non ne vedevo.
Gigli e paperottini.
Mi riportano indietro nel tempo.
Mi fanno bene e male.
Riportano all’innocenza chi non sa più nuotare nelle menzogne. Come me.
Quando rientro, la figlia mi accoglie preoccupata: sono stata fuori tanto.
Ricambio il suo abbraccio: va tutto bene, gattina.
Avevo solo bisogno di sole.gigli rossi

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Spavento

3 Febbraio 2011 9 commenti

I__m_scared

Ieri, poco dopo le 10 del mattino.
Sto correndo più veloce che posso a scuola da mia figlia.
Mi hanno freneticamente cercato per dirmi che non sta bene, senza darmi troppi particolari però.
Alle colleghe che mi vedono correre lungo il corridoio e mi chiedono preoccupate cosa sia successo, non posso rispondere se non che esattamente non lo so, le chiamo poi.

Arrivo alla scuola circa 20 minuti dopo.
Quando, nel cortile, vedo l’ambulanza con i lampeggianti accesi e il portellone aperto, perdo dieci anni di vita.
Entro, nell’atrio ci sono il preside, un’insegnante, due commesse. Tutti agitatissimi e peggio mi sento. Mi guidano in una saletta che funge da improvvisata infermeria.
Quando la vedo, di anni ne perdo altri dieci.
Non respira. E’ cianotica, uno dei paramedici è accanto a  lei con la bombola dell’ossigeno.
Vacillo e ho, fisicamente, la sensazione di impallidire all’improvviso. Devo essere più bianca del classico cencio lavato, perché il secondo dell’equipaggio si precipita da me e mi afferra per le braccia: “Mi guardi” dice “E’ tutto sotto controllo, non si spaventi”.
Razionalmente so che è quello che deve dirmi, è il suo lavoro: nondimeno reprimo l’impulso di rispondergli “sottocontrollostopardeciuffoli” e “nonsispaventituasorella”.
Io SONO spaventata. A morte.
Partiamo di corsa verso l’ospedale più vicino.
Durante il tragitto il respiro di mia figlia lentamente comincia normalizzarsi; il paramedico parla con lei e, mentre le chiede quali siano le sue materie preferite, le da istruzioni su come controllare inspirazione ed espirazione. Mi rendo contro conto che deve essere abituato ad avere a che fare con i ragazzini, noterò dopo, infatti, che si tratta di  un’unità pediatrica.
Al pronto soccorso l’attesa è breve, ci accoglie un medico molto giovane. Ora, so che è poco indicativa l’età, ci sono medici molto giovani e comunque bravissimi, ma l’equazione viene spontanea: dottore giovane = poca esperienza. E la cosa non rende particolarmente tranquilli.
Mi concedo mentalmente una risatina (isterica) pensando ennò, figliolo, tu non puoi essere un pediatra… hai bisogno TU del pediatra!
La visita è peraltro accurata, viene raggiunto da un collega più anziano, mi dicono che è tutto nella norma, l’ECG perfetto, la saturazione è buona. Solo la pressione minima è un filino alta, ma tra lo spavento, l’ambulanza e il pronto soccorso ci può stare.
Non le fanno però un prelievo (che mi suona un po’ strano, di solito è la prima cosa, almeno un banale emocromo di controllo), non mi consigliano accertamenti ulteriori.
Secondo loro non sono necessari.
Secondo me, invece, si.
Si tengano pure la loro dotta opinione, che rispetto, ma non condivido.
A una ragazzina in buona salute, senza patologie pregresse e che non sta assumendo farmaci di alcun tipo, non viene di punto in bianco una crisi respiratoria di questa portata. E a riposo, per giunta.
Mi serve un secondo parere.
 Quindi, una volta a casa, mi consulto con il medico curante: che qualche accertamento lo consiglia, ovviamente, senza trascurare la causa ansiogena (cosa che potrebbe essere, dato che si trova in un periodo delicato, per così dire, per età). Ma quella ce la teniamo per ultima, prima vediamo se ci sono possibili cause organiche.

Verso sera, lei si è ripresa, io sono ancora un po’ scossa.
“Guarda” le dico ridendo e indicando il ciuffo di capelli sulla fronte “questi stamattina mica c’erano!”
“Questi” sono alcuni nuovi fili bianchi, sbucati all’improvviso.
Poche ore prima non c’erano e non è uno scherzo.
Vabbè, vorrà dire che li tingerò e mi ritroverò pure con le meches…  ”nature”.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma…
…. che spavento. 

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La casa delle bambole

15 Gennaio 2011 3 commenti

Kit_Kat_in_a_Barbie_House_by_Distivia

E’ il 6 di gennaio.
Dopo aver riposto la mia Nimbus 2000 in solaio,  mi lascio prendere da un attacco di cenerentolite acuta.
Come direbbe la mia amica Nenet, “dai la cera, togli la cera”.
Non ci sono santi, quando la cenerentolite arriva, arriva.
E allora via, si sfaccenda.
Tanto il figlio grande è uscito di casa poco dopo le sei del mattino, ovviamente svegliandomi per salutarmi (lasciarmi dormire peccato mortale), ronfare non ronfo più e tanto vale.
Verso le 12 ho finito e comincio a pensare al pranzo (eccheppalle doversi sempre imventare qualcosa, voglio un topolino stile Rattatouille che mi dia suggerimenti), quando telefona mia sorella.
“Ciao zia, vieni a fare un giretto con noi nel pomeriggio? C’è il taglio del nastro della cameretta di V. oggi. La devi  vedere, è veramente… qualcosa”.
V. è la figlia della nostra amica storica,  praticamente la terza sorellla.
Più che una bimba è un hooligan. E non per dire. Davvero.
Ma è attaccata a noi e sopratutto a mia figlia come una cozza allo scoglio.
Sono stanca come un cammello stanco, l’unica cosa che vorrei è schiantami sul divano, ma si va bene, andiamo.
Piove, fa un freddo becco, ma facciamo un giro largo deliziando il cucciolo che, tra marsupio-tuta termica-berrettino sta sicuramente più al caldo di noi.
Guardandolo, dico a mia sorella: “Ma ti rendi conto che ieri portavo tuo nipote nel marsupio, esattamente come tuo figlio, e tra un anno è maggiorenne?!?”
“Non me lo ricordare” mi risponde “O rifletto sul passare del tempo e mi deprimo”.
Sapessi io. Il pensiero mi ha colpito come un treno in corsa.
Ho ancora le ossa rotte.
Arriviamo a casa di K.: ci accolgono lei, il suo compagno (nostro amico di infanzia) e le rispettive figlie.
Eggià, ne hanno una a testa.
Quella di lui è una vera peste, ma a paragone dell’altra è un angelo.
Fatevi voi il conto.
Dopo i soliti convenevoli,  andiamo a vedere questa famosa cameretta.
Costruita interamente da K.
E’…. straordinaria.
Avete presente una casa di bambola, a grandezza naturale?
Una piccola veranda, con un tralcio di fiori rampicanti, introduce ai due lettini.
Che sono e non sono a castello, essendo leggermente sfalsati.
Quello superiore sembra , grazie alle decorazioni, la torre di un castello in cui viva una principessa.
Sulla parete accanto a quello inferiore campeggia una deliziosa filastrocca in callligrafia gotica.
Una porticina laterale introduce a una cucina giocattolo che sfocia in un terrazzino.
La cucina ha una finestra, fatta di specchio, con tanto di persiane dipinte di verde.
L’illuminazione aggiuntiva è garantita da lucine composte da pirottini (quei cosini che contengono i pasticcini) decorati  a mano.
Una parete è praticamente una  lavagna con aaccanto ripiani che contengono gessetti colorati, pastelli, colori di ogni genere e tipo.
E sulla quale siamo invitate a scrivere un commento, cosa che facciamo volentieri.
Ci sono cassetti in ogni dove, che contengono giochi, libri e altro.
Tutti decorati, originali, personalizzati.
Intravediamo, a parte, la cabina armadio dedicata alle due ragazzine.
Altro parto del  genio di K.
E’ qualcosa di stupefacente, staordinario, unico.
Un’espressione di arte e talentlo impressionanti.
E noi, povere mortali non baciate dagli Dei, ci sentiamo inadeguate e invidiose.
Ma fiere di  lei.

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Il primo lunedì

11 Gennaio 2011 2 commenti

Uno dei miei deliri.
L’ho scritto una settimana fa, o giù di li.
Ma dato che ero rinco come un gatto caduto dal quinto piano, non mi era riuscito di pubblicarlo.
Non trovavo il pulsante “Pubblica”,  fatevi due conti e vedete come sto messa…
Potreste anche dirmi “No, Hell, è che sei orba come una talpa, è ora di rifare le lenti…!”.
Beh, si… prima o poi arrivo pure a quello.
Giurin giuretta :)

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Si, lo so.
Ormai è martedì.
Ma tra cucina, lava, stendi & stira, io qui ci arrivo a quest’ora. E di solito, non ho affatto voglia di scrivere. Almeno, non qui.
E’ che stasera di scrivere a mano mi pesa.
Sono stati giorni emotivamente pesanti, da Natale a oggi.
Il 24, vado a fare la spesa con mio cognato per la riunione della combriccola il 26. Siamo sempre lui e io di corveé, per le cose meno piacevoli. Prima o poi ci ribelliamo, promesso.
Decidiamo che un caffé prima del caos ce lo meritiamo. Anzi, un ricco marocchino con tanto di miele.
Perciò, ci infiliamo nella pasticceria-sala da té-bar di fronte al parcheggio del super.
Mentre siamo li, intenti a sorbire la nostra coccola, entra una signora di età indefinibile, accompagnata da un’amica.
Ordina un doppio whisky e non sono nemmeno le dieci.
La tizia al bancone non si scompone: le chiede se con ghiaccio o liscio.
Il commento sommesso di mio cognato è : “Minchia!”.
Io rifletto che la mia vita non sarà un granché, ma c’è di peggio.  Se non altro, io di un whisky doppio a quell’ora del mattino non ho bisogno.
Il giorno di Natale non è stato particolarmente allegro, ma era giusto che così fosse.
Per il resto… beh, alti e bassi. Ma credo sia stato tra ieri e oggi che la mia emotività ha dato il meglio.

Ieri abbiamo portato il cucciolo in visita alla nonna, per la prima volta da quando lo aveva visto appena nato.
Mentre saliamo,  con quell’ascensore lentissimo, mia sorella commenta: “Speriamo non si commuova e pianga…”
Beh, si: lei si è commossa. Ma provate a indovinare chi ha pianto come dieci fontane?
Mia sorella e io.
Lei nascosta dietro l’albero di Natale, io sono fuggita a portare in camera la roba lavata. E’ sempre un’ottima scusa per non farsi vedere frignare.
Poi abbiamo raccattato le rispettive maschere e ci siamo comportate come se niente fosse.

Oggì è stato il primo lunedì.
E’ arrivata una nuova collega. Nonostante non sia del support, è in stanza con noi.
E’ molto simpatica.
Ma la cosa che mi ha lasciato di stucco è stata che, dopo un’ora scarsa che mi conosceva, mi ha chiamato con un nome che mi hanno dato molti anni fa e ormai usano solo pochissime persone.
“Ma come lo sai?” le ho chiesto.
“Beh, ma sei tu” mi ha risposto convinta.
Questa è empatia pura.
Si è adeguata subito al clima che regna nella nostra stanza e l’abbiamo promossa a pieni voti. Guardate che non è facile, eh: provate voi a stare in ufficio con tre svitate che parlano con le stampanti, redarguiscono i computer e insultano i telefoni.

Arrivo a casa. Carico la lavatrice mentre ascolto il resoconto della giornata dei lanzichenecchi, cucino e intanto intimo “Guardate che vorrei vedere un tg!”. Se non lo metto in chiaro mi tocca di vedere i cartoni su Boing o il Grande Fratello, vedete voi…
Che poi, a conti fatti, sarebbe stato meglio.
Perché vedo le immagini delle esequie dell’alpino morto in Afghanistan.
E guardando la bara uscire, sorretta a spalla dai commilitoni, avvolta nel tricolore e con il coro che esegue un canto che conosco bene, mi viene da piangere e piango.
Si, piango.
Per un ragazzo che non ho mai conosciuto, ma che aveva solo 24 anni.
E non mi frega niente delle obiezioni che chiunque, anche giustamente, potrebbe sollevare.
“Era un soldato, questo rischio era insito nel suo mestiere e lo sapeva”
Si, vabbè, vero.
“Per essere la, prendeva un pacco di soldi”.
Si, può darsi,
Ma chissenefrega. Al di la della politica, del patriottismo o di quell’accidenti che volete, io sto pensando che aveva solo 24 anni, aveva una vita davanti.
E il diritto a tutte le gioie e i dolori che questa gli avrebbe portato.
Il diritto di essere felice, di soffrire, di ridere con gli amici, di essere padre.
Penso che poteva essere mio figlio.
Sono emotiva, retorica, medioevale?
Chissenefrega.Black_cat

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Ma sarà vero… ?

2 Novembre 2010 10 commenti

Ricevo questa mail, che un’amica mi gira “per una questione di coscienza, ma tanto… schifezza più, schifezza meno…”
E quindi, diffondo.
Non posso giurare che sia vero, ma nemmeno che sia l’ennesima bufala.
Secondo voi?

Per chi beve latte
Il latte ha una scadenza.
Il latte scaduto non venduto è mandato di nuovo al produttore che PER LEGGE può eseguire di nuovo il processo di pastorizzazione a 190 gradi e rimetterlo sul mercato.
Questo processo PER LEGGE può essere eseguito fino a 5 VOLTE.
Il produttore è obbligato a indicare quante volte è stato eseguito il processo, e, in effetti, lo indica, ma a modo tutto suo, nel senso che chi si è mai accorto che il latte che sta bevendo è scaduto e ribollito chissà quante volte?
Il segreto è guardare sotto il tetrabrick e osservare i numerini.
Ci sono dei numeri 12345. Il numero che manca indica quante volte è scaduto e poi ribollito il latte.
ES: 12 45 manca il “tre”: scaduto e ribollito 3 volte.
Ma non finisce qui, perché in uno scatolo da 12 buste ci saranno alcune buste dove manca il numero e altre dove ci saranno tutti i numeri. Attenzione tutto lo scatolone avrà ricevuto questo trattamento. In questo modo le aziende si arricchiscono, riciclando, di fatto, il latte scaduto, e chi ne paga le conseguenze, siamo noi che, di fatto, beviamo acqua sporca.
   

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Samain night

31 Ottobre 2010 Nessun commento

Samain_Night_by_starlightblood
Halloween.
Una festività che gli americani hanno scippato, letteralmente, agli immigrati irlandesi.
La parola stessa è una contrazione, o se volete una “bastardizzazione”, di All Saints Eve Night.
Ossia, la notte della vigilia di Ognissanti.
L’hanno resa una sorta di Carnevale.
Maschere, ragazzini che bussano alle porte dei vicini mascherati da fantasmi e vampiri, che ripetono ossessivamente “Dolcetto o scherzetto?”
Ne ho incontrati alcuni oggi, sono stata al gioco e ho finto di spaventarmi, come da copione.
Feste e festini per adulti con il desiderio di trasgredire, ma che non sanno farlo se non protetti da una bautta.
Una grande festa commerciale, con gadgets di ogni tipo, dalle zucche alle candele alle dentiere da Dracula.
Ma che un significato vero non ce l’ha.
Per chi, come me, è ancorato a vecchie tradizioni, è la notte di Samain.
Un’antica celebrazione che segna il passaggio dagli ardori dell’estate alla stagione fredda.
Una notte mistica, in cui il velo delle nebbie che separa i mondi si apre.
In cui le anime di coloro che abbiamo amato e perduto possono tornare, per banchettare e conversare con noi alla luce dei falò rituali.
In cui la Dea, Madre Terra, si unisce al Dio.
Per rendere tutto questo possibile.
E’ la notte di Samain.
Un piatto colmo di cibo, la candela che arde, bruciano essenze aromatiche.
Il talismano del Pendragon.
In questa notte magica, io vi aspetto, miei cari.

Samain Night

When the moon on a cloud cast night
Hung above the tree tops’ height
You sang me of some distant past
That made my heart beat strong and fast
Now I know I’m home at last

You offered me an eagle’s wing
That to the sun I might soar and sing
And if I heard the owl’s cry
Into the forest I would fly
And in its darkness find you by.

And so our love’s not a simple thing
Nor our truths unwavering
Like the moon’s pull on the tide
Our fingers touch our hearts collide
I’ll be a moonsbreath by your side

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La frittata…

13 Ottobre 2010 3 commenti

Questo l’ho ritrovato facendo pulizia nelle mail in ufficio. 
L’account mi sputa metaforicamente in un occhio ogni volta che cerco di salvare un messaggio, il che vuol dire che è ora di archiviare e/o eliminare l’eliminabile.
La cosa buffa è che questo trafiletto ricordo di averlo letto, anni fa, sul Corriere della Sera: con le mie colleghe, durante una pausa pranzo, e aveva causato scoppi irrefrenabili di ilarità.
Si, quelli poveretti si sono anche fatti male, ma… ci immaginavamo la scena!
E cominciare la giornata con un sorriso non può fare che bene. :P

Frittata

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Ragione e sentimento

12 Ottobre 2010 1 commento

where_is_the_light
Ieri mattina, mio cognato e io abbiamo trasferito mia madre da un centro riabilitativo a una residenza sanitaria assistenziale.
Assente giustificata mia sorella, che doveva portarte il cucciolo a fare le vaccinazioni.
Ha avuto  un ictus. Molti si riprendono, lei  no. Le conseguenze sono state devastanti.
Non so dirvi chi si sentiva peggio.
Nessuno di noi ha avuto il coraggio di dirle apertamente che a casa non sarebbe tornata più.
Ma lei lo ha capito, è sempre stata lucida, anche quando non riusciva a parlare.
La dentro, è una delle ospiti più giovani.
Quando usciamo da li, siamo come svuotati. Ed è la una passata.
Parliamo poco, durante il viaggio di ritorno.
Lui corre dal suo bambino, io a fare la spesa pensando che mio figlio tornerà a casa da scuola e devo sfamarlo, il frigo è vuoto.
Ci rifugiamo nel quotidiano per non analizzare troppo quel che abbiamo dentro.
Nel pomeriggio vado da mia sorella, sto con lei e il piccolo fino a che posso.
Facciamo finta di niente, parliamo di mille cose pratiche e non.
Ma lo sappiamo tutte e due, anzi, tutti e tre.
Pur sapendo che questa era l’unica via percorribile, non possiamo fare a meno di sentirci dei giuda caini traditori.
L’atavico senso di colpa. E’ li, nascosto sotto tutte le ragionevoli evidenze.
Irrazionale.
Emotivo.
Inutile.

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Quiz

30 Settembre 2010 5 commenti

Is Your Brain Working?

1.
A murderer is condemned to death. He has to choose between three rooms. The first is full of raging fires,the second is full of assassins with loaded guns, and the third is full of lions that haven’t eaten in 3 years.
Which room is safest for him?

2.
A woman shoots her husband. Then she holds him under water for over 5 minutes. Finally, she hangs him. But 5 minutes later they both go out together and enjoy a wonderful dinner together. How can this be?

3.
There are two plastic jugs filled with water. How could you put all of this water into a barrel, without using the jugs or any dividers, and still tell which water came from which jug?

4.
What is black when you buy it, red when you use it, and gray when you throw it away?

5.
Can you name three consecutive days without using the words Monday, Tuesday, Wednesday, Thursday, Friday, Saturday,or Sunday?

6.
This is an unusual paragraph. I’m curious how quickly you can find out what is so unusual about it? It looks so plain you would think nothing was wrong with it! In fact, nothing is wrong with it! It is unusual though. Study it, and think about it, but you still may not find anything odd. But if you work at it a bit, you might find out! Try to do so without any coaching!

 smiling cat

 

Answers

1.
The third. Lions that haven’t eaten in three years are dead.

2.
The woman was a photographer. She shot a picture of her husband developed it, and hung it up to dry.

3.
Freeze them first. Take them out of the jugs and put the ice in the barrel. You will be able to tell which water came from which jug.

4.
The answer is Charcoal.

5.
Sure you can: Yesterday, Today, and Tomorrow!

6. The letter “e”, which is the most common letter in the English language, does not appear once in the long paragraph.

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